LA BATTAGLIA DI GAUGAMELA: ALESSANDRO VS. DARIO

“Le canne si piegano al vento, ma non si spezzano; così le matite spezzate continuano a scrivere”.
Itinerari D’Ars prende a riferimento la storia per sollecitare il lettore a riflettere, prima di prendere posizioni nette, schierandosi per l’una o l’altra delle due fazioni che in questo momento storico riempiono le cronache dei giornali e che vanno sotto il comune denominatore della voce “terrorismo”.

Ecco come titolano i giornali riportando i fatti degli ultimi tre mesi:
21 ottobre 2014- Canada “Un 25enne estremista islamico uccide un soldato. Il Governo: matrice “terrorista”.
11 dicembre 2014- Afghanistan “bomba in un centro culturale francese. Fabius:”diversi morti e numerosi feriti”.
15 dicembre 2014- Sidney, tiene ostaggi in un bar per 16 ore. Poi blitz della polizia: morti due ostaggi e il sequestratore.
16 dicembre 2014- Pakistan: attacco talebani fa strage di bambini in una scuola, 141 morti.
6 gennaio 2014- Istanbul, attentato suicida: muore un poliziotto.
7 gennaio 2014- Parigi, assalto a Charlie Hebdo: morti e feriti.

La stampa tende a dividere l’opinione pubblica, riverberando fatti, facendo da eco a vicende naturalmente “da condannare per la loro atrocità”, come l’attentato alla redazione del giornale satirico “Charlie Hebdo” del 07/12/2015.
Ne deriva un effetto di “terrore”, causato dal “terrore” che, come una reazione a catena, potrebbe generarne di nuovo.
Una catena da spezzare, una catena che provoca la divisione del mondo in due fazioni opposte e rivali, l’una di matrice islamica e l’altra appartenente all’area geografica occidentale cristiana.

Siamo sicuri che i fatti accaduti in questi giorni siano da giudicare così facilmente, senza prima riflettere?

A che cosa porta la netta divisione del mondo tra “buoni” e “cattivi”? Chi interpreta “il primo” e “chi interpreta il secondo ruolo” da protagonista? Voci e commenti sulla rete stanno creando ed amplificando un problema che dovrebbe essere estirpato alla radice e messo a tacere. Come? Spezzando la rete che diffonde messaggi di diffusione dell’odio ed incitamento alla violenza, reazioni basse ed animali, inevitabili quando l’essere umano è costretto alla disperazione e reso incapace di provare sentimenti naturalmente e di esercitare il libero arbitrio. Le cause? Rintracciabili nei focolai di guerra, nell’intolleranza razziale, nelle malattie, nelle diseguaglianza, nell’idolatria “dei falsi dei”materialistici, additano tutte al fallimento di un sistema economico su scala mondiale che, in nome del profitto e del potere, ha dimenticato le sue origini e il fatto di esser stato “inventato” per migliorare le condizioni di vita dell’essere umano che lavora.
Che fare allora?
Rispondere senza paura alla minaccia della violenza senza inneggiare ai separatismi, o alla “legge del taglione” e cercare di evitare al massimo quella “guerra tra poveri” che si trovano nei territori islamici, come nelle aree geografiche dell’occidente che si fregia di essere più evoluto. Che i poveri (e i non poveri) si alleino in una rete di solidarietà dell’essere umano, a favore dell’essere umano, senza farsi tentare da antichi istinti guerrafondai o da fittizi orgogli nazionalistici.
Il significato massimo della libertà non si trova forse, proprio in quella capacità di discernimento che è capace di superare i bassi istinti e di scegliere, cercando al massimo di non farsi influenzare da chi monta il palcoscenico del teatro dell’odio?

“Attacco che risponde ad attacco”, ma alla fine il risultato porta sempre a distruzione, vittime e genera vendetta.
Questa radice di natura animale, insita nell’essere umano esiste solo per permettere la sopravvivenza dell’uomo e non per portarlo alla sua auto-distruzione, dunque è utile per evitare i pericoli, imparare ad aggirarli, traducendosi in energia positiva, costruttiva ed ingegnosa. Quest’ultima inneggia alla vita e non necessita di alcuna guerra santa, poiché nessuna guerra è mai santa! Energia che genera vita nasce dai fatti che rendono merito all’essere umano, grazie al lavoro di ogni uomo per sé e nel rispetto portato verso il suo prossimo. Comprendere questo messaggio sacro, in profondità, permette di non cedere agli attacchi altrui, che essi siano “terroristici” o “che facciano terrorismo con le parole, con i video”.  Non esiste uomo sulla faccia della terra che sia in grado di decidere di togliere la vita ad un suo simile, per questo occorre coltivare con i fatti, con le azioni, con le proprie parole, l’educazione al rispetto della vita anche nelle peggiori situazioni di difficoltà. Solo così la disperazione ed i suoi effetti possono essere fermati.

Al contrario innescare la paura, provocando il terrore non porta altro che al ripetersi dei “corsi e ricorsi della storia”.
Creare distruzione e sofferenza, solo perché inconsapevoli di far parte di un ciclo che si ripete non è né eroico, né porta ad alcun accrescimento, ma al contrario risulta proprio stupido.

A proposito di avvenimenti storici del passato abbiamo pensato di rinfrescare la memoria circa quanto la storia ci ha consegnato sulle pagine dei libri e pertanto, abbiamo deciso di pubblicare il riassunto di quella che fu una delle più celebri battaglie di Alessandro Magno.
Ricordare a tutti che oggi non siamo più nel 331 a.C. e che tanta strada si è fatta da quei fatti, grazie ad una sola Legge inviolabile semplice e chiara che recita “Non fare al prossimo tuo, ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso”, incita a non restare vittime della propria stupida cecità culturale ed evitare di farsi manipolare da registi sconosciuti che dirigono l’azione del palcoscenico politico-economico contemporaneo internazionale, travestiti oggi da “buoni”, domani da “cattivi”, incita a non farsi sottomettere per salire sul carro dei vincitori, quando alla fine saremmo tutti solo vinti. Incita a resistere e a spegnere il fuoco, innaffiando il terreno, perché dal fango nascono, com’é noto, solo dei FIORI MERAVIGLIOSI, come i FIORI di LOTO o le ROSE dell’ANIMA.

Riportiamo così le vicende storiche della Battaglia di Gaugamela di Alessandro Magno contro Dario:

Battaglia di Gaugamela

parte delle guerre di Alessandro Magno
Battaglia di Gaugamela (Jan Brueghel il Vecchio, 1602)
Battaglia di Gaugamela
(Jan Brueghel il Vecchio, 1602)


Data 1º ottobre 331 a.C.[1]
Luogo ad est di Mossul, Iraq
Esito decisiva vittoria macedone
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
7.250 cavalieri
40.000 fanti
35.000 cavalieri
250.000 fanti
100 carri15 elefanti da guerra
Perdite
1.200 53.000

La battaglia di Gaugamela (conosciuta anche come battaglia di Arbela) fu combattuta da Alessandro Magno il 1º ottobre 331 a.C. contro l’Impero Persiano di Dario III.

Forze in campo

Secondo Arriano:

Il numero esatto dei Persiani è sconosciuto ma è ragionevolmente certo che fossero molto superiori alle forze di Alessandro. Il numero qui riportato di 235.000 complessivi corrisponde alle stime più prudenti. Secondo altri commentatori Dario avrebbe radunato circa 500.000 uomini; qualcuno, addirittura, ritiene il suo esercito forte di un milione di soldati.

Il problema è destinato a restare insoluto, almeno con le fonti documentarie che ad oggi abbiamo a disposizione. Non bisogna dimenticare che disponiamo solo dei resoconti scritti dai vincitori. Sono opere redatte successivamente gli eventi qui citati da storici (Tolomeo, Eumene di Cardia, i Bematisti) vissuti in un mondo ellenistico che aveva ormai mitizzato Alessandro come il proprio eroe fondatore. È probabile che alcuni di questi possano aver gonfiato i numeri a favore dei Persiani per rendere più mirabile la vittoria del macedone.

Luogo

Dario scelse un’ampia pianura molto regolare (secondo alcuni resoconti provvide lui stesso a farla levigare) dove avrebbe potuto dispiegare la sua cavalleria, più numerosa di quella del nemico, e i suoi carri da guerra.

Il sito della battaglia non è stato identificato con certezza. Lo scontro probabilmente venne combattuto vicino ad una collina a forma di gobbe di cammello, da cui l’etimologia del nome: Tel Gomel (o Tel Gahmal) o Monte del Cammello in ebraico. Altri traducono il nome come Stalla del Cammello (Plutarco lo indica come Casa del Cammello nella sua Vita di Alessandro) ed associano il luogo ad un insediamento.

L’opinione maggiormente accettata a proposito del sito è che si trovi ad est di Mossul, nell’odierno Iraq settentrionale, come suggerito da Sir Aurel Stein nel 1938 (vedi il suo Limes Report, p. 127).

Dopo la battaglia Dario fuggì ad Arbela (l’odierna Arbil), situata a circa 100-120 chilometri ad est.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Arbil.

Preludio

Nei due anni successivi alla Battaglia di Isso Alessandro occupò la costa mediterranea dalla Fenicia fino all’Egitto, dove si fece consacrare faraone. Successivamente avanzò dalla Siria verso la parte centrale dell’Impero Persiano. Egli riuscì ad attraversare il fiume Eufrate ed il fiume Tigri senza incontrare nessuna opposizione.

Superato il fiume vi erano due strade possibili: la prima portava direttamente a Babilonia, mentre l’altra portava prima a nord e poi, una volta superate le colline, tornava a sud raggiungendo la stessa meta.[2] L’idea di Dario era quella di costringere il suo avversario a raggiungerlo, inducendolo a non fargli prendere la via diretta per Babilonia, la quale avrebbe fatto evitare lo scontro. Parte dell’esercito persiano venne inviato a Tapsaco per la costruzione di un ponte mentre il satrapo Mazeo, con qualche migliaio di uomini, doveva impedire all’esercito di Alessandro di prendere la via sbagliata. I due eserciti si diedero battaglia fino a che Mazeo abbandonò la lotta. Nonostante il ritiro dei soldati persiani l’esercito macedone andò comunque verso nord cercando un clima più favorevole.[3]

A Mazeo venne affidato anche il compito di bloccare i rifornimenti di cibo ai Macedoni. Bruciò per questo campi e città ma i rifornimenti furono comunque possibili usando il corso del fiume per un trasporto veloce.[4] Alessandro allora decise di attaccare l’esercito avversario temendo che potesse rifugiarsi in terre a lui maggiormente ostili.[5]

Il contatto con l’esercito di Dario avvenne all’alba del 1º ottobre[1].

La battaglia

Dario aveva reclutato la migliore cavalleria dalle sue satrapie e dagli alleati delle tribù scite. Egli schierò dei carri da guerra sciti e per favorire i loro movimenti aveva fatto preparare il terreno davanti alle sue truppe (vennero rimossi arbusti e cespugli). Inoltre aveva nel suo esercito anche 15 elefanti da guerra indiani supportati da carri da guerra (anche se sembra che questi non abbiano avuto alcun ruolo nella battaglia).[6]

Schieramento iniziale e primi movimenti

Dario si schierò nel mezzo del suo esercito circondato dalle migliori truppe, com’era tradizione dei Re Persiani. Alla sua destra stavano i cavalieri Carii, i Mercenari Greci e le Guardie Persiane a Cavallo. Tra il centro e l’ala destra dello schieramento sistemò le Guardie Persiane a Piedi (conosciuti come Immortali), la Cavalleria Indiana e gli arcieri Mardiani.

La cavalleria era schierata su tutte e due le ali. Besso comandava l’ala sinistra, in cui vi erano i cavalieri Battriani,Daha, Aracrosiani, Persiani, Susi, Cadusi e Sciti. I carri furono posizionati davanti a questi con un piccolo gruppo di Battriani.

Mazeo comandava l’ala destra, composta dai cavalieri Siri, Medi, Mesopotamici, Parti, Saci, Tapuri, Ircani, Albani,Sacesini, Cappadoci e Armeni. I Cappadoci e gli Armeni erano schierati davanti alle altre unità di cavalleria e condussero l’attacco. Ai cavalieri Albani e Sacesini fu dato l’ordine di allargarsi per colpire il fianco sinistro dei Macedoni.

Lo schieramento macedone era formato da due parti: la destra dell’esercito sotto il comando diretto di Alessandro e la sinistra affidata a Parmenione. Alessandro combatté con i suoi cavalieri scelti, accompagnato dai Peoni e dalla cavalleria leggera macedone. La cavalleria mercenaria fu divisa in due gruppi, con i veterani disposti sul fianco destro e gli altri davanti agli Agriani ed agli arcieri macedoni, i quali erano situati a fianco della falange.

Parmenione era posizionato sulla sinistra con i Tessali, i mercenari Greci e le unità di cavalleria Tracia. Furono messi in quella posizione con l’ordine di compiere una manovra di contenimento mentre Alessandro avrebbe assestato il colpo decisivo dalla destra.

Tra il centro e l’ala destra della formazione c’erano dei mercenari Cretesi. Dietro di loro c’era un gruppo di cavalieri Tessali comandati da Filippo e di mercenari Achei. Alla loro destra c’era un’altra parte della cavalleria Greca alleata. Da lì si muoveva la falange che era disposta su una linea doppia. Poiché il rapporto numerico fra le cavallerie era di 5 ad 1 e la linea formata dai Persiani superava di oltre un miglio quella della falange, sembrava inevitabile che i Macedoni sarebbero stati presi sui fianchi dai Persiani. La seconda linea aveva proprio l’ordine di combattere contro qualsiasi unità nemica che si fosse affiancata a loro. Questa seconda linea consisteva prevalentemente di mercenari.

Alessandro adottò una strategia molto particolare che è stata imitata pochissime volte nella storia. Il suo piano era di attirare la maggior parte possibile della cavalleria persiana sui fianchi allo scopo di creare un vuoto tra le linee nemiche, attraverso il quale poteva essere lanciato un attacco decisivo al centro contro Dario. Ciò richiedeva un tempismo ed una capacità di manovra a dir poco perfetti, ed avrebbe funzionato solo se il Gran Re avesse attaccato per primo. I Macedoni avanzarono con le ali scaglionate, disposte a formare angoli di 45° all’indietro, per indurre la cavalleria persiana ad attaccare. Allo stesso tempo, lentamente, si muovevano verso destra. Alessandro spinse l’esercito persiano ad attaccare (poiché sarebbero presto usciti dal terreno preparato per lo scontro) anche se Dario non voleva essere il primo a farlo, avendo visto cosa era accaduto ad Isso contro una formazione simile. Alla fine Dario fu costretto ed attaccò.

Dario lanciò i suoi carri, alcuni dei quali furono intercettati dagli Agriani. Pare che l’esercito macedone fosse stato addestrato ad una nuova tattica per contrastare il devastante attacco dei carri nel caso in cui fossero riusciti a penetrare nei loro ranghi. Le prime linee avrebbero dovuto spostarsi lateralmente aprendo un vuoto. Il cavallo nemico si sarebbe rifiutato di schiantarsi contro le lance delle schiere più avanzate e sarebbe entrato nella trappola, dove le lance delle seconde linee lo avrebbero fermato. Così i cocchieri sarebbero stati uccisi con facilità.[7] Di fatto i Macedoni riuscirono a fermare l’attacco dei carri.

Movimenti decisivi di Alessandro e attacco finale

Mentre i Persiani insistevano con l’attacco ai fianchi dei Macedoni, Alessandro lentamente scivolava nella loro retroguardia. I Persiani lo seguirono in questa manovra finché, finalmente, un vuoto si aprì tra l’ala sinistra di Besso e Dario, al centro, proprio quando il re macedone aveva gettato nella mischia le sue ultime riserve a cavallo. Alessandro diede ordine alla sua cavalleria personale di disimpegnarsi e di prepararsi per l’attacco decisivo contro i Persiani. Continuando a marciare dispose le sue unità come a formare un’enorme freccia, la cui punta era egli stesso. Dietro di sé aveva la propria cavalleria personale e tutti i battaglioni della falange che riuscì a sottrarre alla battaglia. Ancora più dietro erano schierate delle truppe ausiliarie leggere.

Questa “grande freccia” attaccò al centro i Persiani, proprio dove erano più sguarniti, mettendo fuori gioco la guardia reale di Dario ed i mercenari Greci. Besso, sulla sinistra, si trovò separato da Dario e, temendo di essere attaccato anche lui da quella formazione nemica, cominciò a ritirare le sue truppe. Anche Dario rischiava di restare isolato. A questo punto le varie fonti differiscono su cosa accadde. Secondo l’opinione più diffusa Dario si ritirò ed il resto dell’esercito lo seguì. Ma l’unica fonte contemporanea a noi nota, un diario astronomico babilonese scritto nei giorni della battaglia, dice:

« Il ventiquattresimo [giorno del mese lunare], nel mattino, il re del mondo [cioè, Alessandro] [ha instaurato il suo] ordine [lacuna]. Opposti l’uno all’altro, combatterono ed una pesante sconfitta delle truppe [del re fu inflitta da lui]. Il re [cioè, Dario], le sue truppe lo hanno abbandonato ed alle loro città [sono tornate]. Sono fuggite nella terra del Guti. »

Diodoro concorda con questa versione confermandone la validità: sembrerebbe il resoconto più verosimile della battaglia. A quel punto, comunque, Alessandro non poté inseguire Dario poiché ricevette una disperata richiesta d’aiuto da Parmenione (un evento che sarebbe stato usato in seguito da Callistene ed altri per screditare Parmenione).

Mentre i Macedoni cercavano di tamponare l’offensiva sul fianco sinistro, un varco si aprì anche nelle loro linee tra l’ala sinistra ed il centro. Le unità di cavalleria persiane ed indiane, posizionate al centro con Dario, vi irruppero. Invece di attaccare la falange di Parmenione da dietro questi proseguirono verso l’accampamento macedone per fare razzie. Tornando indietro si scontrarono con la cavalleria personale di Alessandro, cosa che provocò la morte di oltre 60 cavalieri macedoni.

Dopo che Dario, al centro, si ritirò dalla battaglia, anche Mazeo cominciò a ritirare le sue forze come già stava facendo Besso. Però, a differenza di quest’ultimo, Mazeo e le sue truppe si divisero e mentre fuggivano subirono la carica dei Tessali e di altre unità di cavalleria macedone. Mazeo si ritirò finalmente a Babilonia dove successivamente si arrese agli invasori.

Dopo la battaglia Parmenione circondò la carovana reale persiana mentre Alessandro e la sua guardia personale inseguirono Dario nella speranza di catturarlo. Come ad Isso, dopo la battaglia, i Macedoni si appropriarono di un cospicuo bottino, depredando circa 4.000 talenti, come pure il carro e l’arco personali di Dario. Anche gli elefanti da guerra furono catturati.

Dario riuscì a fuggire dalla battaglia con un piccolo nucleo delle sue forze ancora intatte. Besso ed i cavalieri battriani riuscirono a riunirsi a lui come pure alcuni sopravvissuti della guardia reale e 2.000 mercenari greci. Alla fine della battaglia i Macedoni contarono tra le proprie file più di 1.200 tra morti e feriti; le perdite tra i Persiani furono di circa 53.000 uomini.

Conseguenze

A questo punto l’Impero Persiano era diviso in due parti: una orientale ed una occidentale. Alessandro avrebbe continuato a proclamarsi Gran Re. Gli elefanti da guerra furono condotti in Macedonia nel tentativo di essere addestrati ma nessuno conosceva i metodi di addestramento, perciò furono ricondotti in Persia e lì vennero liberati.

Dario nel corso della sua fuga radunò ciò che era rimasto dei suoi uomini. Progettò di dirigersi ancora più ad Est e di formare un nuovo esercito per affrontare nuovamente Alessandro, mentre quest’ultimo ed i suoi soldati si dirigevano verso Babilonia. Allo stesso tempo spedì lettere alle sue satrapie orientali chiedendo loro di restargli fedeli.

Note

  1. ^ a b Non tutti gli studiosi sono concordi con tale data: alcuni citano quella del 30 settembre. Si veda ad esempio Plutarco, Alessandro Cesare, pag 113, BUR, 23ª edizione, 2009, ISBN 978-88-17-16613-3.
  2. ^ Robin Lane Fox, Alessandro Magno, 4ª ed., Einaudi, 2004, p. 229, ISBN 978-88-06-19696-7.
  3. ^ Arriano, III,7,3
  4. ^ Andrea Frediani, Le grandi battaglie di Alessandro Magno, pag 178, Newton Compton, 2004, ISBN 978-88-541-1845-4.
  5. ^ Quinto Curzio Rufo, Historiae Alexandri Magni Macedonis, 4,9,13
  6. ^ Arriano, III,8
  7. ^ Andrea Frediani, Le grandi battaglie di Alessandro Magno, pag 191, Newton Compton, 2004, ISBN 978-88-541-1845-4.

Bibliografia

Fonti primarie
Fonti secondarie
  • Alexander of Macedon 356-323 B.C. by Peter Green
  • Alexander by Theodore Ayrault Dodge
  • J.F.C. Fuller. A Military History of the Western World (3 voll.). New York: Da Capo Press, Inc., 1987 e 1988
  • vol. 1: From the earliest times to the Battle of Lepanto; ISBN 0-306-80304-6: pp. da 87 a 114 (Alexander the Great)
  • De Santis, Marc G. At The Crossroads of Conquest. Dicembre 2001. Volume 3, No. 3: 46-55, 97 (Alexander the Great, his military, his strategy at the Battle of Gaugamela and his defeat of Darius making Alexander the King of Kings)
  • Valerio M. Manfredi, Alèxandros (3 vol.)

Voci correlate